L’insolito caso dei senza casa che non restano a casa a fare cose.



E’ inutile girarci intorno: è pandemia da virus Covid-19.
L’OMS lo ha certificato apertamente (finalmente) e la guerra di resistenza contro questo invasore è cominciata anche nel Bel Paese.
Per arginare il contagio si chiudono i confini, si potenziano in fretta i reparti di rianimazione e si obbliga la popolazione ad isolamento e quarantena, pena l’incriminazione per violazione dell’art. 650 del Codice Penale.
E per assicurare il rispetto delle direttive sanitarie cominciano a fioccare i verbali ai trasgressori con tanto di sanzione pecuniaria e contestazione di reato penale.



Ma, nella foga di applicare con zelo il DPCM, oltre a punire quanti se ne andavano a spasso senza un comprovato ed essenziale motivo, anche i senzatetto di alcune città fra le più colpite dall’epidemia (Milano, Verona, Modena,Siena, Roma ed altre) si sono visti affibbiare sanzioni e verbali per reato penale e si è passati dal parossismo dettato dal panico oltre che dalla necessità, al paradosso dei senza casa che vengono sanzionati severamente perché non se ne stanno in una casa che non possono permettersi in alcun modo.




Fortunatamente la Onlus Avvocati di Strada che, col suo organico di 60 Legali presieduta dall’Avv. Antonio Mumolo, si sta battendo per ottenere l’archiviazione dei reati per queste persone, rivolgendo una petizione al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
In pochissimi giorni siamo passati dalla campagna di sensibilizzazione #iorestoacasa lanciata dai social a quella #vorreirestareacasa lanciata da Binario 95, che è un centro di Accoglienza della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, con la collaborazione degli Avvocati di strada. *





E visto l’insorgere del tristissimo ed insolito caso dei senza casa che non restano a casa a fare cose, anche noi sardine lanciamo una campagna social e soprattutto etica: #qualecasa

Tania Castelli









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Numero 1 di CSMagazine


Dedicato all’Italia che manda avanti l’Italia


Il numero zero lo abbiamo dedicato agli invisibili, ai senza dimora. A quelli che nei giorni precedenti al “tutti a casa”, non vedevamo neanche.

Questo numero lo vogliamo dedicare invece alle tante italiane e ai tanti italiani, ma anche ai tanti immigrati ed alle tante immigrate che stanno con il loro lavoro mandando avanti l’Italia.

Non li troviamo quasi mai sui giornali.

Persone esposte a notevoli rischi che lavorano negli ospedali non solo come operatori sanitari ma in tante altre attività; quelle che incontriamo le rare volte che usciamo per andare a fare la spesa; le persone che guidano l’autobus; gli autotrasportatori; chi cura la distribuzione di elettricità di acqua che ci fa sopravvivere; chi grazie ad internet ci aiuta a rendere questa clausura meno solitaria, gli agricoltori, i farmacisti, gli allevatori, i bancari, solo solo alcune tra le tante categorie di persone che ogni giorno, con preoccupazione e fatica escono per andare a lavorare. Lo fanno in silenzio. Spesso non sentono rispetto per il loro lavoro….

Non possiamo citare uno per uno tutti i mestieri e tutte le attività, abbiamo fatto solo alcuni esempi, ci scusiamo con tutte e tutti quelli che non sono stati citati.

Questo il nostro modo di dire grazie a tutte e tutti e ad ognuno loro.


Noi non abbiamo in questo momento altro modo per poter esprimere il nostro stato d’animo e cercare di convogliare attenzione ed energie positive verso tutti coloro che rendono possibile vivere, che mandano avanti l’Italia.

Tutti loro ci stanno aiutando, anche noi possiamo aiutarli, evitando al minimo indispensabile i nostri spostamenti.


Stiamo a casa anche per loro!

In questo numero hanno collaborato:

Anna Carolina Bertacchini (Harlem, Olanda), Monia Camboni (Cerveteri), Tania Castelli (Roma), Lisa Ferraris (Ciriè), Rossana Germani (Monte San Giovanni Campano), Laura Gobbo (Roma), Angela Santoro (Caserta), Fiorella Vecchia (Napoli), Orlando Caprino (Battipaglia), Ugo Giansiracusa (Perugia), Edgardo Maria Iozia (Roma) Lorenzo Rossomandi (Quarrata)

Disegni di Helena Fernandez Bilbao, Claudio Polo, Stefano Salvi.

Sardine Creative

Storia di un’alice.


Storia di un’alice ai tempi del Coronavirus.



C’era una volta un’alice che nuotava libera nel mare col suo banco. E un pescatore di Anzio, che era potuto uscire con la sua barca dopo 15 giorni di quarantena per lui e tutti i suoi colleghi, dovuti al fatto che un altro pescatore in quel porto era risultato malato di coronavirus, quella mattina all’alba partì per la sua battuta di pesca con un collega. Pietro, questo è il nome del pescatore, proprio come S. Pietro il discepolo-pescatore preferito di Gesù, aveva preso alcune orate, un secchio di pesci da paranza e alcuni saraghi, quando Marlena, il suo peschereccio arrugginito, si imbattè in un banco di alici.

Pietro era col suo amico e collega Carlo e vi gettarono subito le reti sopra. Ne presero un centinaio, fra cui la nostra alice, che ora si dibatteva sopra la barca insieme alle sue sorelle.
Rientrati al porto, con mascherine e guanti, vendettero come sempre tutto il pesce al grossista che poi lo smistava per i supermercati e poterono finalmente sbarcare il lunario. Pietro portò due orate e un po’ di alici a casa, ma la sorpresa più grossa per sua moglie Lisa e i suoi due figli, fu che dopo 15 giorni di pasti frugali, il loro padre gli comprò la carne per la cena di quella sera.


Intanto la nostra alice era passata da Nino il grossista, che aveva dato qualche soldo a Pietro per il pesce, ma ne faceva molti di più con il supermercato, e la stavano caricando su un camion, ormai agonizzante, con tutto il suo banco. Angelo, il camionista aveva avuto la pleurite da giovane ed era molto delicato di polmoni, perciò aveva una paura fottuta del coronavirus e si era comprato la mascherina FFP3 europea, quella più efficace per isolare, e non si toglieva mai i guanti di lattice quando lavorava. Nonostante la paura, in fondo lavorare gli faceva piacere. Sua moglie lo aveva lasciato e la quarantena da solo a casa gli stava diventando insopportabile. E poi doveva pur mangiare, pagare le bollette, e le rate del camion…


Non c’era traffico, visto che le principali vie di comunicazione erano deserte a causa del virus, e in meno di un’ora Angelo scaricò tutto il pesce all’alba della mattina stessa nel supermercato più vicino a casa tua. Poi se ne andò a casa a dormire. Sara, la pescivendola del supermercato aveva passato la notte ad allattare il suo bambino di pochi mesi Giulio, e ora aveva molto sonno. Si infilò la mascherina e i guanti e si chiese se suo figlio sarebbe stato buono quel giorno con sua madre. Gli aveva lasciato latte per tutto il suo turno di lavoro, preso con il tiralatte prima di uscire. Sara aveva paura di portare il virus a casa dal suo bambino e da sua madre, ma era costretta a lavorare lo stesso perché suo marito faceva il manovale e, visto che tutti i cantieri in quel 2020 erano fermi, attualmente era senza lavoro.

Mise il pesce in bella mostra, pulì le alici (anche la nostra, che era ormai passata a miglior vita) e iniziò il suo turno di lavoro, anche lei bardata con maschera e guanti.
E magari quel giorno hai deciso di fare la spesa, ti sei fatto un’ora di fila fuori dal supermercato, ti sei infilato mascherina e guanti e, quando è giunto il tuo turno, sei entrato. E dopo aver fatto vari acquisti di generi di prima necessità, hai visto il bel banco del pesce di Sara, l’hai salutata gentilmente e le hai chiesto un chilo di vongole e mezzo di alici. “Sai mi mette allegria il tuo banco – le hai detto. – Mi fa piacere sapere che qui c’è ancora il pesce fresco, nonostante tutto”. E lei ti ha sorriso, per un momento felice.
E la nostra alice, frutto di tanti sacrifici e di tante persone che rischiano quotidianamente la loro salute per darci da mangiare e per vivere loro stessi, questa sera è lì, gratinata al forno sapientemente da tua moglie, proprio sulla tua tavola.

Laura Gobbo

La scuola non si ferma


Onore ai medici e agli infermieri che si stanno dedicando anima e corpo ai pazienti infetti (oltre a quelli che ogni giorno affollano i nostri pensieri negli ospedali per le più disparate tipologie patologiche) ma permettetemi di tirare un po’ di acqua anche al mulino di un’altra bellissima professione. Quella del docente.

In questo momento in Italia migliaia di insegnanti si stanno occupando dei “gioielli” migliori che una società possiede: i giovani e i bambini. E lo fanno oltre il loro orario contrattuale, aggiornandosi, preparando le lezioni coi mezzi più disparati messi a disposizione dalle nuove tecnologie didattiche: i computer.

Credit:Kaitlyn Baker Unsplash

Registri virtuali, #didatticaadistanza, multiconferenze, preparazione delle lezioni in word, pages, power point, keynote, LIM richiedono ore ed ore di ricerca per confezionare e strutturare lezioni accattivanti e allettanti per i piccoli come per i grandi.

Siamo “SMART”

(SMART è un acronimo per Specific, Measurable, Accepted, Realistic, Timely e indica i criteri per la formulazione di un obiettivo, che deve quindi essere Specifico, Misurabile, Riconosciuto, Realistico e Scadenzabile). Lavoriamo in co-working ma nessuno ne parla.

I docenti italiani stanno facendo un lavoro che non è da meno.

Senza venir meno alla loro “missione” si prendono cura, giornalmente, non degli ammalati fisici ma di quelli ben più profondi: quelli psicologici e culturali delle future generazioni.

Il #coronavirus non interrompe, né annulla, l’azione educativa e formativa dei docenti che è continua ed in itinere.

Onore quindi alle Maggiori Istituzioni che un Buono Stato eroga ai suoi cittadini:

Sanità ed Istruzione.

Onore a noi colleghi di tutta Italia per il lavoro che stiamo svolgendo perché #lascuolanonsiferma.

Angela Santoro

Vivere tra i vicoli: la spesa sospesa


Vivere tra i vicoli del quartiere con la maggiore densità di popolazione di tutta Napoli, a ridosso del rione Sanità, ti rende consapevole che la difficoltà di soddisfare i bisogni primari in questa emergenza straordinaria, si acuisce in maniera spropositata.

Questa emergenza renderà inevitabilmente evidenti tutta la precarietà di un sistema incapace di dare risposta ai bisogni delle persone.

I carrelli reali e virtuali di chi vive al limite della precarietà cosa possono contenere? Farina, pasta, pomodori in scatola?



Sono già tante le famiglie in difficoltà economica a causa della mancanza di lavoro e di liquidità seguita alle misure restrittive imposte dalla lotta al Covid19.

#Napoli è la città del #caffèsospeso e della #pizzasospesa e, allo stesso modo, ho pensato che potesse funzionare un’iniziativa analoga : la spesa sospesa.



Con il gruppo di Sardine di Napoli area Nord, Alessandra Pone e Stefano di Vaio, abbiamo deciso di rivolgerci ai singoli ed alle Associazioni della città che si stanno battendo in questa crisi che ci richiama al dovere ed alla voglia di essere solidali e più che mai vicini al nostro amico/familiare/vicino/estraneo che ora ha bisogno del nostro aiuto .



Siamo stati molto contenti che dopo averne parlato con il Presidente della Terza Municipalità di Napoli, Ivo Poggiani, egli l’abbia rilanciata in via ufficiale per tutte le municipalità, come riportato anche dalla edizione de La Repubblica di Napoli del 24 marzo.

La spesa sospesa parte anche nella Seconda Municipalità grazie al Presidente Francesco Chirico:
Dopo aver donato una “spesa sospesa” si invitano i cittadini a contattare la Municipalità via telefono per comunicare la donazione, ma si ricorda che è strettamente vietato recarsi negli uffici municipali per questo servizio. “E’ un’iniziativa in soccorso di coloro che, a causa dell’emergenza sanitaria, si trovano in difficoltà economica. Ci basiamo su due principi indissolubili: restare a casa e donare agli altri”, sottolinea il presidente della municipalita’ Francesco Chirico. Diffuso anche un elenco di attività che effettuano le consegne a domicilio nei quartieri di Materdei, Forcella, Quartieri Spagnoli, Mercato, piazza del Gesù, piazza Mazzini, Pignasecca.”



Mai come in questo momento le Istituzioni di prossimità, anche attraverso l’ascolto di cittadini e associazioni, possono contribuire ad alleviare le difficoltà e le sofferenze di chi più ne ha bisogno.

Il cuore di Napoli, è sempre aperto… Non chiude per Coronavirus!

Fiorella Vecchia

Sardina in trasferta

Ventisette anni, idee prima chiare, ora confuse.
Mi trovo ad Haarlem, vicino ad Amsterdam, sono in isolamento in camera da venerdì, avevo la febbre e la tosse. Non volevo contagiare gli altri membri della mista famiglia italolandese che mi sta ospitando da novembre a questa parte. I due bambini che seguo sono anch’essi ammalati. La febbre passa ma restano i sintomi di una bellissima e favolosa sinusite, qualcosa di molto piacevole, che non ti fa dormire la notte per il male ai denti, mentre soffi il naso un minuto si e un minuto no.


Fuori di qui, con tutta calma, fa stretching la primavera, si allunga e rende i cieli più blu. Tutto è fermo, tutto è chiuso… Supermercati, farmacie e parafarmacie a parte. Siamo in quarantena preventiva dal tredici marzo. Quell’ansia Italiana ci ha contagiati e spaventati. Poco dopo si sarebbe annunciata una chiusura collettiva e la percentuale dei positivi al corona virus aumentata.
Ho la connessione internet, chiamo mia madre tutti i giorni, cosa che difficilmente avrei mai fatto prima, sia chiaro, amo mia madre, ma è brasiliana, apprensiva a livelli alti da grattacieli americani. Mio padre è uno di quei pochi che continua ad andare a lavorare, inutile parlarci, lui è immune a tutto.


Quando non mi soffio il naso, leggo Mark Manson e provo a ironizzare sulla surreale situazione che sta accadendo fuori dal mio corpo, fuori da questa camera, fuori da questa casa, in tutto il mondo. Perché questo virus non ti chiede la carta d’identità, non ti chiede la provenienza.
Arriva, ti travolge e non ti da il tempo e modo di lasciarti abbracciare il resto. Ti lascia solo e ti fa capire quanto l’essere umano sia fragile e incapace di gestire il panico senza la violenza e il caos.
Non voglio tornare alla normalità, mi ero presa una pausa dalla normalità per capire quali fossero le priorità, che cosa bisognasse cambiare in questo sistema capitalistico che ti uccide lentamente mentre tu dai la colpa al cinese che vive in Italia, all’italiano che vive in Olanda, eccetera. Perché siamo così, incapaci di farci coraggio senza puntare il dito contro. Spero che questo virus metta in ordine le idee, ci travolgi il cuore e spacchi quei muri inutili che ci hanno tenuti separati dalla linfa vitale. Nel mentre il regno animale torna a ripopolare quegli angoli di mondo inquinati dall’essere umano, mentre noi dolcemente li osserviamo dalla nostra comoda finestra di casa, senza preoccuparci di chi non ce l’ha una finestra.

Anna Carolina Bertacchini.
Sardine Olandesi

#lavoriamoperl’Italia

Storia di una guerra capovolta

In una società in cui tutto funziona alla rovescia, l’Italia come il resto del  mondo si trova a combattere una guerra che non si era mai verificata prima.

Dichiarata da nessuno, combattuta da nessun esercito, armi inesistenti, difese… le difese sono le persone, quelle persone che eravamo, forse, abituati a insultare fino a un mese fa, quando questa guerra è iniziata. Ora diciamo: onore ai medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari! Ed è giusto! In una guerra “normale” i militari sono le prime vittime, ma in questa no….le prime vittime sono loro, armati come possono, difendono persone che in realtà hanno l’arma più potente, che non è un mitra, ma un piccolo, piccolissimo virus. Questa mia testimonianza la scrivo da moglie di un soldato che non avrà riconoscimenti, uno di quei soldati di cui nessuno parla, che pur essendo in prima linea sono invisibili, quelli di cui si dice anche adesso: sei un dipendente pubblico, non hai mai lavorato e adesso ti lamenti?

Ebbene si.

Sono la moglie di un semplice elettricista in un ospedale del Piemonte. Mio marito lavora nei meandri della struttura, quella parte dell’ospedale che nessuno conosce, ma che pur sempre è abitata. Non è un ospedale grande il suo, uno di quelli conosciuti, ma è una struttura di provincia. Nel giro di due settimane, per capirci, da sette posti letto di rianimazione, sono passati ad avere la possibilità di ospitare un centinaio di persone infette. La nostra struttura ospedaliera, non  era pronta a far fronte a questo tipo di emergenza, ancora meno pronta rispetto ai grandi ospedali di Torino e purtroppo i casi più gravi vengono dirottati nelle strutture più attrezzate rispetto alla nostra.

Cento posti letto, cento persone, cento nomi, una lista….vi viene in mente qualcosa? A  me sì e si spera di non fare parte di quella lista, anche questo funziona al contrario. In questa guerra la lista non è vita, ma incertezza, paura: malattia.

Questo si amplifica se sei a contatto con i malati, si amplifica la paura del personale ospedaliero e delle loro famiglie perché per quanto una moglie, come me, possa stare in casa, il nemico ci rientra tutti i giorni verso le sedici del pomeriggio. Lui arriva, si cambia, si lava e dopo nostro figlio lo può abbracciare, certo è pur sempre un rischio, ma siamo una famiglia e affronteremo questa cosa da famiglia unita.

Noi non usciamo, stiamo in casa! 

Ormai ci bombardano di queste frasi. La differenza è avere la consapevolezza che se noi non usciamo lo facciamo soprattutto per tutelare gli altri, perché quelli più a rischio siamo noi. Io non ho paura di prendermi il virus dal mio vicino di casa, a me preoccupa sapere che più contagi ci saranno più a rischio sarà mio marito e quindi noi.

Non si tratta di una guerra lontana, è una battaglia quotidiana, vissuta giorno dopo giorno e tra quindici giorni sapremo se oggi l’abbiamo vinta e tra un mese sapremo se ancora siamo stati fortunati e così sarà fino alla fine della guerra.

Tutti abbiamo ascoltato i discorsi dei medici in questi giorni, appelli fatti da infermiere stravolte dal lavoro con turni inumani. Si mettono la tuta protettiva a inizio turno e se la tolgono a turno finito: niente cibo, niente acqua, non possono usufruire dei servizi perché vorrebbe dire togliere i vari accessori che le proteggono.

Per vestirsi a inizio turno ci mettono all’incirca mezz’ora, quindi sarebbe impensabile un cambio d’abito a metà servizio. Questo per quanto riguarda i medici, OSS, infermieri di terapia intensiva e reparto COVID, pre-triage (le tende all’esterno dell’ospedale), pronto soccorso e generalmente chiunque entri in contatto diretto con pazienti infetti da COVID.

Non mi sento adeguata a raccontare le loro storie, fatte sicuramente di momenti drammatici e tanto impegno, ma ricordare che nella parte più bassa dell’ospedale, ci sono persone che lavorano per far funzionare il tutto: accettazione, mensa, manutentori, imprese di pulizia, fattorini. Persone che quotidianamente sono lì silenziosamente al loro posto, al loro lavoro per permettere alla macchina ospedaliera di poter continuare a funzionare, entrando a loro volta a contatto con le persone malate. 

Riparano campanelli di chiamata, luci camere, tapparelle, rubinetti e lo fanno con i pochi mezzi di protezione personale di cui sono stati “forniti”. 

C’è chi utilizza la stessa mascherina chirurgica (che offre una protezione limitata) da tre settimane e pensare che andrebbero cambiate ogni due ore……

Fortunatamente i camici e i guanti mono uso sono presenti e cambiati nei momenti giusti.

Addirittura il responsabile dell’ufficio tecnico ha esternato ad un suo sottoposto, la sua convinzione che l’utilizzo di mascherine e guanti da parte della manutenzione fosse eccessivo, come se un elettricista o un meccanico fossero immuni al contagio.

Le accortezze e le procedure per affrontare questa  minaccia, agli stessi manutentori, sono state date dopo dieci giorni dall’inizio dell’emergenza nell’ospedale, solo dopo insistenza da parte degli stessi. Fortunatamente per loro, usando buon senso, paura e nozioni personali sono riusciti almeno fin’ora ad evitare il contagio.

Non è semplice guardare tuo marito negli occhi che torna dal lavoro, cercando di capire prima che parli cosa pensa.

Vederlo con  gli occhi lucidi, spiegare che per la prima volta è entrato in una stanza con dentro due pazienti infettati. 

La prima cosa che ti viene in mente di chiedergli è: come stavano? Erano intubati?

La seconda: ti hanno dato almeno una mascherina?

Si parla della possibilità di sottoporre ai tamponi il personale medico per verificare la positività al virus e già mi sembra una cosa di improbabile attuazione, credo che forse nel mondo delle favole farebbero l’esame anche al resto dei dipendenti.

Pronta a essere smentita, naturalmente! Ne sarei felicissima ……

Quindi concludo questa mia testimonianza ringraziando di cuore le persone che stanno lavorando nonostante tutto e sono vicina in particolare a ogni singola persona che sta lavorando nella sanità pubblica e alle loro famiglie.

Grazie.

Lisa Ferraris

E intanto dalle retrovie….



In queste terribili settimane ci sentiamo in guerra, aggrediti da un nemico invisibile e potenzialmente letale, il Covid-19, contro cui un coraggioso esercito senza armi né corazza è accorso precettato da una vocazione laica ed arruolato recitando il giuramento più bello, quello di Ippocrate.
Tutti, esprimendo ammirazione e gratitudine, ne esaltiamo tempra e generosità eleggendoli beniamini del popolo.
Ma in guerra, accanto ad ogni reggimento spinto all’attacco, marcia sempre quello della “logistica e servizi”, schieramento indispensabile che assolve compiti essenziali per arrivare alla vittoria.

Molte sono le figure professionali che ogni giorno coadiuvano la macchina medico-sanitaria impegnata contro la pandemia, lavorando con impegno dietro le quinte.
Ad esempio le apparecchiature elettromedicali (primi fra tutti erogatori di ossigeno, maschere respiratori e ventilatori polmonari) vanno costantemente mantenute in perfetta efficienza dato lo stress da super uso a cui sono sottoposte ed i tecnici addetti affrontano la crisi attuando anche soluzioni estemporanee per non interrompere il loro indispensabile funzionamento.
Dai laboratori agli archivi, dalle comunicazioni inter reparto alla gestione delle farmacie ospedaliere, dai referti medici alla gestione di magazzino, oltre ai settori di CUP, accettazione ed amministrazione, tutto viene gestito attraverso sistemi informatici ai quali provvedono tecnici software, di gestione ed hardware.
Il personale ospedaliero ed i pazienti vanno nutriti e qui intervengono magazzinieri, cuochi ed addetti di cucina, nutrizionisti, assistenti di reparto, OSS ed OST che spesso imboccano anche i pazienti.
Manutentori, tecnici ed elettricisti lavorano a ritmo serrato per adeguare costantemente le strutture alle crescenti necessità, così come come vigilanti, lavanderie sanitarie, barellieri, trasportatori.
Persino il semplice conforto di una bevanda o di un caffè nei reparti sarebbe impossibile senza il lavoro dei tecnici addetti ai distributori automatici.
Una miriade di lavoratori che pur temendo il contagio, spesso senza adeguate protezioni, lavorano nell’ombra per permettere a chi sta in prima linea di salvare vite umane.

Ed alla fine di ogni singola battaglia, infine, arriva la squadra addetta a ripulire il campo di battaglia: di solito dimenticati lavoratori che provvedono continuamente ad igienizzare, disinfettare e sanificare gli ambienti ospedalieri, non senza gravi rischi per la loro salute, soprattutto in questo periodo.
Senza questo essenziale servizio il corretto funzionamento ospedaliero verrebbe compromesso.
Insieme a tutto il personale medico, sanitario e non, rischiano di venire contagiati e durante il meritato riposo, poi, come gli altri non possono trovare il conforto di un abbraccio per il timore di contagiare i propri cari.
Spesso sottopagati, non troppo considerati socialmente, raramente tutelati contrattualmente, precarizzati, combattono duramente, insieme a tutti gli altri nostri difensori.

A tutti voi delle retrovie, non sempre celebrati ma essenziali, ora più che mai, grazie!

Tania Castelli

Un cuore grande, ma non da adesso.

Nel dramma epocale che stiamo vivendo abbiamo scoperto che il popolo italiano non è né codardo, come spesso ci dipingiamo, né insensibile verso chi dimostra di essere un vero e proprio campione di abnegazione verso il proprio dovere
Ma c’è veramente da stupirsi che dottori, infermieri, operai, trasportatori, farmacisti, tecnici e tutte quelle categorie che, con il loro lavoro e prendendosi dei rischi non indifferenti, riescano, con il loro spirito di devozione e coscienza, a permetterci di andare avanti, e di avere una speranza per il futuro?
Se cerchiamo nel nostro passato, nella storia del nostro popolo, ci rendiamo conto che tale spirito ha radici molto profonde; talmente profonde da non doversi stupire di ciò che accade oggi.


Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma per semplificare mi limiterò a indicarne tre. Possiamo parlare di “SOMS” ovvero le “Società Operaie di Mutuo Soccorso” che nella seconda metà dell’800 cominciarono a nascere e svilupparsi nel nostro paese. La radici di queste società sono da ricercarsi nell’Inghilterra della rivoluzione industriale. Il paese britannico fu primo solo perché lo sviluppo industriale in italia tardó ad attecchire. Ma fu Giuseppe Mazzini a dare una vera e propria spinta organizzativa e di cooperazione nello sviluppo delle società di mutuo soccorso, prevedendo e costruendo una vera e propria rete interconnessa su un ampio territorio, il versamento di una piccola quota per autotutelare gli operai sia per la malattia che per le manifestazioni sindacali, e non solo, quindi, per la semplice tutela dell’incidente sul lavoro. Coloro che , all’epoca, accolsero e promossero queste idee, visti i tempi, possono essere annoverati tra i visionari più incoscienti della storia italiana e forse europea.

Archivio storico CLN


Di spirito di abnegazione e di coraggio nella difesa dei principi di civile convivenza possiamo parlare anche nel periodo delle due guerre, dove, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, i partigiani, rischiando la loro vita, organizzarono una resistenza all’occupazione nazifascista pur non avendo mai avuto, nella maggior parte dei casi, un addestramento militare, e neppure un organizzazione studiata, progettata precedentemente. Uomini, si, ma anche donne e, spesso, piccoli ragazzetti che assieme lottarono per la liberazione dei territori occupati.
“Donare la vita per la libertà del proprio popolo”.
Suona bene vero?

La banda Mario con partigiani africani


Arriviamo agli anni di piombo, dove gli eroi erano uomini e donne che sapevano che la loro vita era ad alto rischio, ma nonostante ciò rimasero fermi nel ruolo dove la storia e la loro responsabilità gli diceva di rimanere. Uomini delle forze dell’ordine, politici, amministratori, magistrati. Uomini che comunque, con il loro coraggio e senso del dovere combatterono e vinsero l’ideologia estreme, di destra e di sinistra, e, alcuni, persino a costo della vita.

Via Fani 16 marzo 1978

Due su tutti Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’onorevole Aldo Moro, ma l’elenco comprende altre decine di uomini che garantirono a noi tutti di poter continuare a vivere in un paese democratico. C’era in gioco la vita, ma loro vollero rischiare lo stesso. E non devono essere dimenticati coloro che fortunatamente non hanno dovuto pagare con la loro vita, ma si sono presi comunque il rischio di poterla perdere.
Come lo chiamate questo? Pensate che poliziotti delle scorte trucidati, carabinieri uccisi a bruciapelo nei posti di blocco, facessero questo solo per poche lire di fine mese? Pensate che i politici minacciati e uccisi solo perché visti come “simbolo” non possano essere chiamati “eroi”?

Il terzo esempio è dato dalla lotta alle mafie. Non possiamo dimenticare o sottovalutare ciò che i magistrati, in testa a tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli uomini delle forze dell’ordine, uomini delle istituzioni hanno spesso sacrificato nella lotta alla mafia. Dover rinunciare ad una famiglia, agli affetti più cari per vivere in anonimato. Una quarantena che, per molti di loro dura una vita intera. Un incubo permanente di vedere la propria vita minacciata tutti i giorni da un nemico subdolo e feroce. Ma possiamo dimenticarci gli imprenditori che si sono opposti denunciando? Gli uomini di chiesa che non hanno piegato la testa. Uomini che spesso, anche loro, hanno perso la vita per opporsi ad un cancro che ancora non siamo riusciti a estirpare, e di cui ancora, non si è trovato il vaccino.


Non stupiamoci quindi, oggi, di quanto valore dimostrino i nostri uomini e donne in prima linea. Non vogliono essere chiamati “eroi”, ma sono di certo il meglio di questo paese, figli di una storia che ne ha forgiato il valore e ne ha temprato il coraggio. Sono uomini e donne i cui nomi andrebbero scritti nella storia della nostra nazione per renderli immortali.
Sono questi i momenti che i poeti e gli storici indicano come prove supreme di un popolo.
A noi ci viene chiesto di stare a casa. A loro viene chiesto di rischiare la loro vita è quella dei loro cari.
E, nella grandissima maggioranza dei casi, loro stanno rispondendo “PRESENTE!”
Siamone fieri, e ricordiamoci di quanto valgono e quanto valiamo anche, e soprattutto, quando tutto questo pandemonio finirà.
Grazie ragazzi. Siamo fieri di voi

Lorenzo Rossomandi

A me piace dire grazie!

A me piace dire grazie.

Mi fa stare bene perché presuppone un rapporto umano, una condivisione di pensieri, di gesti o di opere.
Presuppone sinergia.

Siamo fatti per vivere insieme.
L’uomo è un animale sociale. Ce lo hanno insegnato a scuola. Quante volte lo abbiamo ripetuto e lo abbiamo scritto nei temi? Io molte.

Questo animale, però, a volte si dimentica del suo bell’aggettivo e comincia a chiudersi, a issare muri, barriere fisiche e mentali e a disegnare confini. Rispolverando quei cromosomi più che cavernicoli, ritorna su quell’albero per difendersi da tutto e tutti. Ritorna a quel prima noi che poi si ridimensiona al prima io, per inevitabilmente, trovarsi, nel momento della bisogno, senza alcun aiuto e senza alcun appiglio.

In questi giorni di grande difficoltà, fortunatamente, gli italiani sono tornati ad appropriarsi di quell’aggettivo.
Sociale.
Si sono riscoperti più responsabili gli uni degli altri, solidali, altruisti e donatori . Insomma, gli italiani hanno risvegliato quei valori che qualcuno aveva cercato di far assopire, fatti di apertura e collaborazione in quanto, appunto, animali sociali.

Stefano Salvi


Io mio pensiero oggi va a tutti coloro che, volontariamente, e con il cuore in mano, hanno deciso di donare e di donarsi agli altri, dimostrando uno straordinatio senso di appartenenza alla società.

Penso a voi, che vi siete rivelati imprenditori di vita facendo cospicue donazioni.
A voi che ci avete messo solo un attimo a riconvertire, come in tempo di guerra, i vostri macchinari per “sfornare”, a ciclo continuo, mascherine e camici.
A voi che state adoperando tutto il vostro ingegno per cercare una soluzione alla penuria di respiratori.

Penso a voi, donatori di sangue, che su quella autodichiarazione avete diritto di scrivere “esco per donare la vita”.

Penso a voi ragazzi, che con i nonni lontani, avete tappezzato di messaggi di solidarietà ed amore il palazzo in cui abitate, rendendovi disponibili a fare la spesa ai nonni di tutto il condominio.

Penso a voi che non vi siete dimenticati degli ultimi, dei poveri, dei senzatetto ai quali state cercando di far avere qualcosa che abbia una parvenza di “casa”, per far sì che anch’essi possano sentirsi un po’ più al sicuro.

Penso a voi che, ormai integrati perfettamente in Italia, vi sentite in dovere di ringraziare il Paese che vi ha ospitato e che, con le vostre iniziative di solidarietà, ci state mostrando una riconoscenza che, forse, non meritiamo.


Penso a voi, ai vostri occhi e alla vostra mano tremolante mentre scrivete quel biglietto di ringraziamento su quelle pizze che donate alla rianimazione.

Penso a voi, artisti e professionisti vari che state mettendo la vostra arte e la vostra conoscenza a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. A voi che vi state adoperando, gratuitamente, per far sì che questa nostra quarantena, che si prolunga sempre più e sempre con maggiori misure restrittive, sia più sopportabile e, nello stesso tempo, sia anche un periodo in cui riscoprire o imparare una nuova arte.

Claudio Polo


Penso a voi che state organizzando raccolte fondi “superbizzarre” destinate all’acquisto di materiale sanitario.

Penso a voi che riempite il web di messaggi, video, vignette, meme, audio e canzoni per cercare di convincere i testardi e gli irresponsabili a restare a casa.

Il pensiero finale lo voglio dedicare ad Andrea e Milena, due miei compaesani.

Andrea Graziani

Andrea, il benzinaio che ha fatto confezionare a sue spese, ad una sarta di un paese vicino, 350 mascherine donandone, poi, 200 al nostro Comune e 150 ad un Comune limitrofo.

E Milena, riferimento per tutti gli alunni della nostra piccola scuola, che ci ha fatto sapere di aver sistemato fuori, poggiato alla serranda, tristemente abbassata, della sua Cartoleria, uno scatolone pieno di materiale di cancelleria e copie dell’ultima autodichiarazione, tutto a disposizione di chi ne avesse bisogno e che provvederà a ricaricarlo.

Lo scatolone di Milena


Entrambi hanno mostrato alla mia già bella Frazione di Anitrella, che vede il passaggio del verde Liri nel suo punto più stretto, la grandezza del cuore delle persone per bene.

Grazie ad Andrea e a Milena, e grazie a tutti voi, perché, con la vostra umanità, date un messaggio di speranza e, in una sorta di abbraccio virtuale, ci fate sentire tutti più uniti e più vicini.

Rossana Germani

Armiamoci e partite!



Una volta ci sentivamo “orgoglioso popolo italico” solo durante i mondiali di calcio, esponevamo il tricolore, canticchiavamo l’Inno Nazionale anche sotto la doccia, diventavamo tutti Commissari Tecnici (anche le donne che, come me, si rifiutano di memorizzare la regola del fuorigioco) e ci scoprivamo affezionati al rosa tipico della Gazzetta dello Sport.


Nel bar di quartiere indugiavamo qualche minuto in più malgrado la perenne mancanza di tempo, sfogliando la “Gazzetta” disposta sul coperchio del frigo orizzontale dei gelati accanto al quotidiano preferito dal gestore e commentavamo questo o quel match di calcio.
Chi di noi non lo ha mai fatto in quelle calde estati da patriottici tifosi?
Come sono cambiati i tempi …


Adesso i bar sono chiusi, abbiamo fin troppo tempo libero per leggere giornali, sportivi e non, ma l’unica Gazzetta che leggiamo avidamente è quella Ufficiale della Repubblica.
Quasi quotidianamente, infatti, il Governo fornisce le indicazioni di legge per affrontare l’emergenza sanitaria in corso, le nuove restrizioni, i nuovi obblighi ed il nuovo modulo di autocertificazione per la mobilità, sicché la Gazzetta Ufficiale della Repubblica sta diventando di uso quasi comune per molti di noi.



Nell’ultimo aggiornamento il DPCM contiene anche l’elenco delle attività economiche che potranno restare aperte in quanto essenziali alle esigenze del Paese in questo momento. Qualsiasi attività non inclusa in quella lista deve obbligatoriamente chiudere i battenti per proteggere la popolazione dal dilagare del contagio.
Trattasi dell’elenco dei codici AtEco, misterioso per molti, pane quotidiano per imprenditori e commercialisti, consultato sicuramente da chiunque abbia aperto una P.IVA.
Questa sintetica classificazione mediante codici numerici consente di classificare le imprese per categorie di appartenenza e nelle linee guida INAIL ad ogni codice AtEco viene associata una fascia di rischio per ciascuna attività, poiché dalla corretta individuazione del rischio aziendale dipendono le misure di sicurezza, prevenzione e protezione che devono essere adottate negli ambienti professionali.



Ecco, il vero match del secolo oggi si gioca sul campo della sicurezza del lavoro.
In generale nel nostro sistema produttivo il codice di prevenzione e sicurezza viene applicato moltissimo sulla carta e quasi mai nei fatti, abituandoci fino a poche settimane fa a sparuti trafiletti di cronaca in occasione dell’ennesima “morte bianca”.
Ma ora, più che mai, le vittime della non applicazione delle misure di sicurezza diventano così numerose da diventare dolorosa litania ogni sera alle 18,00, quando l’Italia della resilienza canterina a quell’ora non si affaccia più a sfidare ed esorcizzare la mala sorte intonando vecchi successi.
No. Si riunisce dinanzi alla TV, silenziosa e contrita e conta i propri morti, contagiati molto probabilmente mentre conducevano la comune vita quotidiana in famiglia, al lavoro, sul metrò, in chiesa, a scuola, in facoltà …

Per consentire a milioni di persone di fermarsi e sperare di cavarsela, un consistente numero di volontari per una missione obbligatoria (si stima circa il 20% dei lavoratori Italiani), si porta in prima linea, esposti al contagio, accompagnati da tante belle parole, alcune blande promesse e qualche preghiera.
Purtroppo a ben pochi di questi lavoratori, ai quali l’Italia intera doverosamente tributa onore, gratitudine e solidarietà, vengono forniti gli strumenti per proteggersi e non ammalarsi a causa del lavoro svolto in favore di tutta la collettività.




Questi strumenti oggi indispensabili, che vanno dai presidi più tecnologici e sofisticati come le maschere e le tute di protezione con casco a filtraggio dell’aria, alle maschere di protezione occhi/naso/bocca e filtro, dalle maschere semi impermeabili con filtro a carbone di tipo ffp3, Ffp2 ai copricapo e camici da vestizione anti contagio, dai sopracamice e calzari di protezione ai doppi guanti chirurgici, dai disinfettanti alle maschere chirurgiche in tessuto non tessuto, improvvisamente sono diventati rarissimi, introvabili, costosissimi.

Senza neanche la dotazione minima di protezione, i Lavoratori dipendenti delle aziende appartenenti alle categorie di attività economiche indicate nel DPCM, insieme a Forze dell’ordine, Forze armate, Forze degli apparati di Soccorso e Protezione Civile, Medici, Infermieri, Biologi, Radiologi, Tecnici di laboratorio, Operatori Sanitari e Assistenti, Baby sitter, Badanti ed Assistenti Domiciliari, Personale addetto alle Pulizie, Igiene e Sanificazione potrebbero giocarsi la salute se non la vita, in una macabra estrazione di strani numeri al lotto, con tanto di smorfia Istat.

A questi nostri fratelli e sorelle stiamo dicendo armiamoci e partite.
Ricordiamocelo quando otterremo i frutti del loro lavoro, ma anche e soprattutto dopo, quando torneremo alla normalità ed usciremo indenni dall’isolamento sanitario di cui tanto ci lamentiamo.



Tania Castelli (Roma)

#non1dipiù

#non1dipiù 

La situazione attuale in Italia con la serrata imposta a tutti tranne che ad un gruppo di categorie produttive e professionali, ricorda molto la battaglia delle Termopili, dove a 300 coraggiosi guerrieri spartani è stato dato dalla storia il compito di fermare l’enorme esercito persiano, dando modo alle altre polis di comporre un eterogeneo esercito adeguato alla bisogna.

Ma se la storia allora pretese un tributo di sangue, oggi non possiamo permettere che si ripeta. 

Non è accettabile l’idea che 8 milioni di lavoratori, obbligati a NON interrompere il proprio lavoro, possano essere sacrificati. 

Già i primi caduti sono una ferita fin troppo dolorosa!

Il Governo provveda al più presto alla distribuzione di adeguati strumenti di protezione e profilassi anche a tutti questi lavoratori. 

Dai medici ai magazzinieri, dai radiologi ai cassieri, dagli infermieri agli operai, dagli operatori sanitari agli autotrasportatori, etc., nessuno deve essere lasciato a sé stesso, ognuno deve essere protetto

Tutti noi, comodamente al sicuro in casa dobbiamo chiedere che non vi siano più contagi fra chi svolge il proprio lavoro per la collettività.

Non sono accettabili altre “morti bianche” fra i lavoratori che stanno assicurando l’essenziale al Paese. 

#non1dipiù!

L’agricoltura al tempo del Covid-19

Lockdown.

Isolamento sociale.

Blocco delle attività economiche non essenziali di un intero paese. 

Mentre alcuni operatori economici protestano contro la chiusura imposta, altri accolgono l’invito del governo a continuare ad offrire il loro lavoro come servizio al paese. E tra questi gli operatori del settore agricolo. 

Ma non è semplice tutelare la salute pubblica e al tempo stesso garantire l’approvvigionamento di beni essenziali.

La vicenda di Fondi è un caso emblematico.
Il 19 marzo Fondi viene dichiarato zona rossa.

Ma non si tratta di una cittadina qualunque. 

Fondi ospita infatti il MOF, il Mercato Ortofrutticolo, che soddisfa ogni anno il fabbisogno ortofrutticolo di 4 milioni di persone, compresi i residenti della città di Roma. Sono 4.000 le aziende agricole che vi conferiscono i loro prodotti. 

Impensabile chiudere il MOF.

Dunque è necessario tutelare la salute degli operatori.

E allora ingresso contingentato da pochi tornelli dove fornitori e clienti vengono controllati con termo scanner e bloccati se hanno più di 37.5 di temperatura.

Nessuno entra senza mascherine e guanti. 

In caso di assembramenti il servizio d’ordine interviene.

Stesse regole per il CAR, mercato ortofrutticolo di Roma, collegato al MOF. 

E in teoria sembra poter funzionare. 

Ma la situazione è complessa.
La Confagricoltura denuncia che un gran numero di grossisti provenienti da altre località sono stati bloccati e di fatto non hanno potuto accedere al MOF.

Sempre secondo Confagricoltura alcuni operatori della GDO, Grande Distribuzione,  avrebbero rifiutato prodotti agricoli provenienti da fondi, in quanto zona rossa, nonostante l’EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) e il Ministero della Salute abbiano dichiarato che i prodotti ortofrutticolo non sono veicolo di infezione da covid-19.

Poi ci sono  più di mille produttori all’interno della zona rossa che hanno punti vendita nella capitale, che ora si vedono impossibilitati a raggiungerli. E quindi sono costretti a buttare i loro prodotti.

Ma le aziende all’interno della zona rossa non sono le uniche ad avere problemi.
I produttori di fiori per esempio, in questo momento sono arrivati a raccogliere il frutto di mesi di lavoro e di investimenti e non sanno dove vendere i loro fiori. Cercano di fare il possibile vedendoli a domicilio su ordinazione, dopo aver chiesto la dovuta autorizzazione. 

Si fa quel che si può. 

Ma gli acquirenti sono pochi. Matrimoni sospesi.

Occasioni d’incontro e festeggiamenti sospesi.

A poco serviranno i contributi del governo, previsti per il mese di marzo. 

Un commerciante che resta chiuso un mese perde un mese di incasso;

Un agricoltore che non può vendere i suoi prodotti per un mese rinuncia al guadagno di tanti mesi di lavoro.
 

Intanto gli agricoltori che coltivano ortaggi possono continuare a venderli all’ingrosso.

Il loro lavoro è soggetto ad un doppio rischio. Il primo è di natura meteorologica; il secondo riguarda il mercato. 

La buona riuscita delle coltivazioni dipende dai capricci del tempo oltre che dalla capacità dell’agricoltore di individuare e soddisfare le esigenze delle coltivazioni.

E una volta arrivati a produzione il guadagno realizzato dipenderà non solo dalla qualità dei prodotti ottenuti, ma anche dalla quantità dello stesso prodotto disponibile in quel momento sul mercato. Che è sempre meno prevedibile a causa delle importazioni.
 

Comunque proprio sulla quantità dei prodotti disponibili si gioca la partita. 

Ci sono aziende che in questo periodo devono ridurre drasticamente le quantità conferite, perché non hanno abbastanza manodopera. 

I braccianti normalmente sono stranieri. Perché il lavoro è faticoso e poco remunerativo.

Spesso i braccianti non lavorano in regola. Anche perché di braccia ne servono molte e mettere in regola tutti i braccianti è molto costoso. 

E chi vende prodotti all’ingrosso non può permetterselo. 

Le spese sono certe. 

La produzione incerta. 

Il prezzo di mercato un’incognita. 

Dunque in questo momento chi lavora in nero non può lasciare la propria abitazione per andare a lavorare. 

E questo danneggia le aziende che rischiano di lasciare sul campo il raccolto (costato mesi di lavoro e spese) ed i braccianti che si trovano senza salario e senza aiuti. 


Poi ci sono aziende agricole che vendono i loro prodotti al dettaglio, nei mercati rionali. 

A seconda del comune in cui si trovano hanno restrizioni più o meno drastiche.

In alcuni comuni i mercati rionali sono aperti, anche se far rispettare le distanze all’interno di un mercato è impresa ardua. In altri sono chiusi e le aziende agricole cercano di barcamenarsi  consegnando a domicilio la spesa. 

Ma non essere fisicamente presenti e raggiungibili limita moltissimo il fatturato. 


È  chiaro che le aziende potranno resistere poco a queste restrizioni. 

Tra l’altro siamo a ridosso dell’estate e soprattutto lungo le coste, sono molte le aziende agricole che aspettano la bella stagione per offrire i loro prodotti ai tanti turisti che affollano la cittadine che si affacciano sul mare. 

Questo è il momento di lavorare i terreni e poi mettere a dimora gli ortaggi. 

E presto bisognerà ricominciare a curare i frutteti. 

Il rischio è di produrre frutta e verdura per poi arrivare a produzione e vedersi negare l’apertura dei punti vendita. 

E chi produce per la vendita al dettaglio non può vendere all’ingrosso. Non ha mezzi.

Non ha punti vendita nei mercati all’ingrosso 

né accordi con rivenditori all’ingrosso.

In questo momento tutte le attività stanno soffrendo, ma se c’è un settore che ha veramente bisogno di poter fare previsioni per il futuro per poterci arrivare preparato questo è il comparto agricolo.

Speriamo di uscire presto da questa incertezza per poter ricominciare a lavorare per il futuro. 

Monia Camboni  (Cerveteri)

Non basteranno 100 anni per ringraziarvi tutti.


Voi che state sostenendo l’immane peso del dolore. Voi che lottate per restituire speranza.
Voi dai turni massacranti, dalle notti insonni, dalle lacrime ingoiate, dalla paura infilata sotto le unghie.
Siete la cosa più preziosa che abbiamo, ora.

Credit: Luis Mendelez Unsplash


Più preziosi di mille giacimenti di petrolio e di miniere stracolme di oro.
Siete guerrieri. Siete custodi della vita. Siete i testimoni, i consolatori, i pulpiti su cui cadono tutte le nostre preghiere.
Voi che il giorno e la notte ormai non esistono.
Voi che le vostre famiglie e i figli e gli amori solo al tefono.
Voi che non avete più una casa ma che tutta l’Italia ormai è casa vostra.
Non basteranno 100 anni per ringraziarvi, e 100 monumenti, e nomi di strade e piazze e giorni futuri di festa.


Nulla basterà mai per ringraziarvi abbastanza.
Per le vite strappate alla morte e per quelle che impotenti accompagnate.
Per tutti gli sforzi e i sacrifici. Per la lotta di ogni giorno, di ogni ora, di ogni minuto.

Disegno di Ayahuasca Deva


Grazie. Grazie. Grazie.
Cento, mille, 60 milioni di grazie.
Siete gli eroi.
Siete gli uomini e le donne che non potremo mai dimenticare.
Io resto a casa.
Per non dovervi dire ancora grazie, in mezzo alle lacrime.

Ugo Giansiracusa

La mozzarella di bufala ai tempi del Covid-19

La mozzarella di bufala è uno dei prodotti di eccellenza della produzione casearia del nostro Sud.

Oggi gli allevatori stanno fronteggiando una gravissima crisi con possibili pesanti ripercussioni sul futuro.

A differenza di altre filiere produttive, quella agro-alimentare risente enormente del blocco delle vendite.

Una industria di bulloni, ferma le macchine, mette i lavoratori in cassa integrazione, subisce perdite, ha costi fissi ma non deve pagare fornitori, elettricità e lavoratori che comunque devono accudire le bufale, pulire le stalle, mungere e lavorare il latte. Latte che non può essere trasformato o liofilizzato o congelato.

La filiera di trasformazione della mozzarella di bufala, DOP e non, ha subito un durissimo colpo a seguito dell’emergenza Covid 19 che ha comportato il fermo di alcuni canali distributivi e il food-service provocando una diminuzione del mercato pari a oltre il 50% ed una conseguente grossa crisi del comparto.

Terminali di questa crisi sono proprio gli allevatori, che, impossibilitati a chiudere o ridurre l’attività, continuano a sostenere tutti i costi di gestione nella loro interezza e rischiano che a breve si debba far fronte anche alla mancata raccolta del latte con ripercussioni irreparabili per l’intera componente zootecnica della filiera. Bisogna assolutamente tutelare la Filiera Bufalina. Con DGR n. 154 del 24/03/2020 la Giunta Regionale ha adottato il provvedimento “Integrazione aiuto di Stato SA.52784 (2018/XA), regolamento (UE) n. 702/2014 – indennizzi integrativi regionali per l’abbattimento di animali della specie bufalina infetti da tubercolosi, brucellosi e leucosi enzootica”, che va ad integrare la la copertura finanziaria dai complessivi 9,5 € milioni a 35 € milioni, ripartiti in € 20 milioni per l’anno 2019 e € 15 milioni per l’anno 2020.

Questo provvedimento, sicuramente importante per la tutela sanitaria del comparto, incide, però, poco sulla crisi drammatica che tutte le aziende bufaline stanno attraversando oggi a causa del Covid 19. Infatti, l’indennizzo integrativo varato dalla Giunta interessa solo le aziende che hanno abbattuto capi nel 2019, complessivamente 200 (sia abbattimenti selettivi che totali) di cui 188 in provincia di Caserta e 12 in provincia di Salerno e le aziende attualmente infette (2020) che sono complessivamente 127 di cui 124 in provincia di Caserta e 3 in provincia di Salerno. Quindi un intervento importante ma che interessa in tutto, finora, 327 aziende sul totale delle aziende bufaline campane che sono 1.354 ed inoltre concentrato principalmente nella sola provincia di Caserta. Recenti articoli di stampa hanno evidenziato comportamenti speculativi che taluni operatori del settore lattiero-caseario bufalino starebbero ponendo in essere, imponendo un prezzo al ribasso del latte di Bufala MBC DOP. Sulle problematiche del settore è intervenuto anche il ministero dell’Agricoltura con uno specifico atto adottato dal competente Capo Dipartimento MiPAAF- PQAI IV lo scorso 19 marzo, con il quale è stato temporaneamente modificato il disciplinare di produzione della Mozzarella di Bufala Campana, così da autorizzare il congelamento del latte di bufala ed il suo utilizzo in tempi successivi per la produzione di mozzarella di bufala.

Intervento importante ma comunque non risolutivo considerato che oggi il consumo non assorbe più del 30-35% di quanto prodotto nello stesso periodo dell’anno 2019 e che i trasformatori ove pure volessero continuare a congelare o liofilizzare il latte, non hanno più liquidità per poterlo acquistare. A ciò si aggiunga che ancora oggi, in un momento di emergenza nazionale e mondiale, la Filiera del Latte e della Mozzarella di Bufala Campana DOP e non, è tutt’ora minacciata dall’introduzione di Latte e di Cagliata di latte di bufala di provenienza estera.

A livello regionale, in Campania, la mancanza di un assessorato rende più difficoltosa l’interlocuzione e la tutela degli allevatori nelle sedi opportune. Se il latte resta invenduto c’è il rischio concreto di non riuscire a fronteggiare questa emergenza: i mancati investimenti di oggi avranno conseguenze negative tra un anno, diminuendo i parti, diminuirà la produzione di latte, anche quando l’emergenza sarà conclusa. In tal senso, sarebbe opportuno valutare la possibilità di adottare una misura straordinaria di sostegno per gli allevamenti, il cui latte, anche a fronte di un contratto in essere con i caseifici, resti invenduto.

Orlando Caprino (Battipaglia)

Nessuno si è nascosto! Ma non chiamateci eroi

Sono circolate voci, subito smentite, di centinaia di operatori sanitari, farmacisti, dipendenti dei supermercati, latitanti. Abbiamo invece visto medici ed infermieri già in pensione, rispondere con generosità agli appelli rivolti loro. Alcuni hanno contratto il virus e sono deceduti.

Credit: Architas


Ho voluto iniziare da qui, per sottolineare il senso di responsabilità e dovere delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e degli stranieri che lavorano in Italia.

In molti articoli che riportano interviste a medici ed infermieri, troviamo una parola comune: “non chiamateci eroi”.

Hanno dato una dimostrazione di responsabilità, di senso del dovere, di abnegazione, di una empatia che ha stupito tutti….

Ma perchè in questo Paese chi fa il suo dovere fino in fondo è chiamato eroe?



Un esempio? Gennaro Arma Comandante della Diamond Princess, al suo rientro dice “Non sono un eroe, anche ora sono pronto a fare la mia parte”

Ap



Non è scappato, non è sceso.

«Il comandante deve abbandonare la nave per ultimo, provvedendo in quanto possibile a salvare le carte e i libri di bordo, e gli oggetti di valore affidati alla sua custodia». Parole scolpite chiaramente nell’ordinamento italiano. Il Codice della navigazione italiano, datato 1942, prevede chiaramente quali siano i doveri del comandante della nave. Compreso il caso dell’abbandono dell’imbarcazione in pericolo.
Arma ha fatto il suo dovere e rispettato la legge…
Come i medici e gli infermieri però ha fatto qualcosa non solo professionalmente ineccepibile, ma umanamente grande.
5000 persone hanno confidato in lui, che non si è risparmiato per tranquillizzare equipaggio e passeggeri.
Lo stesso discorso vale per ognuno dei milioni di lavoratrici e lavoratori che affrontano ogni giorno il loro dovere.

Certo l’esposizione al rischio è diversa.
Chi lavora in ospedale prime, seconde e terze linee, farmacisti, hanno di fronte contagiati o probabili contagiati.



Poi ci sono quelli che svolgono servizi al pubblico, forze dell’ordine e militari, cassiere e operatori dei negozi e supermercati, bancari e assicurativi, postali e chi vende prodotti per l’igiene, autotrasportatori e chi lavora nelle fabbriche e gli edicolanti e tanti altri. Sono 82 le attività economiche consentite dall’ultimo accordo governo parti sociali.
Scomparse dalla scena politica, le parti sociali vengono riconosciute come interlocutori indispensabili da governo e opinione pubblica. La crisi ha invertito la tendenza rispetto allo smantellamento dei corpi intermedi. La Società civile organizzata riprende il suo naturale ruolo.
Il paradigma del “salto di specie”, uno vale uno, oscure piattaforme digitali attraverso le quali esprimere la rappresentanza, l’incompetenza come valore, il “questo lo dice lei” detto da una sconosciuta ad un importante professore universitario.

Archiviata la stagione degli apprendisti stregoni, l’Italia sta affrontando la crisi con compostezza e serietà.
Riusciamo a tenere i nervi saldi, comportandoci tutti come gli operatori sanitari e tutti gli altri lavoratori:
senso del dovere e rispetto delle regole.



Grazie a loro abbiamo fiducia che, a parte alcuni articoli introvabili, come lieviti e farine, (abbiamo riscoperto il valore terapeutico del pane e dei dolci…), non dobbiamo fare incetta di nulla. La merce non è scomparsa, la nostra vita almeno per quello che riguarda i beni di prima necessità continua ad andare avanti.

Aiutiamo anche con donazioni private quelli che non hanno nulla, i senza dimora, i lavoratori occasionali e irregolari, gli immigrati. Anche con piccoli gesti ricostruiamo il senso della Comunità.

Un ultimo pensiero commosso va alle famiglie di chi ha perso un proprio caro e in particolare di chi è venuto a mancare per aver contratto il contagio in ragione del loro lavoro al servizio della nazione.

Non amo retoriche guerresche, non sono caduti come soldati, sono cittadini responsabili, che sapevano di correre un grande rischio.

Nessuno si è nascosto! Ma non chiamiamoli eroi….!

Prima gli ultimi!

In giorni come questi, stare in casa sembra un sacrificio enorme, quasi che restare nel comfort della propria abitazione, con cibo, acqua calda e potabile, riscaldamento, energia elettrica, abiti e calzature puliti, strumenti tecnologici e di telecomunicazione per non soffrire l’isolamento, sia una condanna. 

Ma, al di là della necessità di contenere il contagio e con tutto il rispetto per chi sta soffrendo, per chi è caduto su questo campo di battaglia e per tutti i loro cari, ai quali va tutta la comprensione e la vicinanza possibile, pensare per una volta a chi sta peggio di noi e fare le dovute proporzioni riflettendo su quanto siamo fortunati ad averla una casa, a potervi trovare riparo, sicuramente non potrà che farci bene.

L’Istat ha diffuso dati impressionanti sulla povertà nel nostro Paese: ben 50.000 poveri assoluti ed, analizzando i dati raccolti dalle Onlus impegnate sul campo, si arriva a numeri molto più alti.

Ad esempio a Roma si stimano 16.000 senzatetto, ma ben 20.000 sono le persone che si sono rivolte all’assistenza sociale ed alle onlus per sopperire alle gravi difficoltà economiche, al disagio ed alla marginalizzazione sociale (donne fragili, padri fuori casa, immigrati non integrati, disoccupati ultracinquantenni, nuclei familiari in gravi difficoltà socio economiche, insieme a pensionati minimi, disabili, pazienti psichici soli, più il triste esercito di tossicodipendenti senza fissa dimora) ed altri 12.000 che attualmente vivono l’emergenza abitativa risiedendo in edifici occupati, ai quali si sommano 5.000 nei campi Rom.
Per un totale di 37.000 persone (soltanto a Roma) che al momento non hanno una struttura abitativa o un contesto adeguato in cui peter affrontare questa crisi sanitaria.

Numeri da capogiro se si considera poi che i posti letto nei dormitori pubblici e nei centri di assistenza romani possono accogliere normalmente circa 5.000 persone che vi accedono mediante turni a rotazione.
Con l’emergenza sanitaria, dovendo rispettare le direttive vigenti, i posti letto a Roma sono scesi drammaticamente di numero, un taglio di circa la metà del totale che rende di fatto impossibile la gestione mediante rotazione.
La distribuzione di cibo, abiti e calzature, prodotti per l’igiene e la cura, tutto o quasi avviene per mano di Onlus, gruppi di volontariato, Parrocchie e solo marginalmente ed esclusivamente nei momenti di estrema emergenza si vedono interventi della Pubblica Amministrazione come ad esempio l’apertura dei corridoi e dei sottopassaggi delle metropolitane romane nei giorni di estremo calo delle temperature invernali e forse la concessione di qualche ambiente al coperto anche durante questa situazione.
 

Nei quartieri più colpiti dalla crisi economica molte sono le iniziative solidali come ad esempio quella del Banco di Mutuo Soccorso Nonna Roma, attivo nell’area sud est della città eterna, dove cittadini volenterosi hanno attivato una rete di servizi alle persone con disagio sociale ed economico, raccogliendo e distribuendo alimenti ed indumenti, organizzando corsi di alfabetizzazione informatica, servizi per l’inserimento al lavoro e di attivazione di imprese sociali (ad esempio l’avvio della Bio Osteria per la quale l’a Onlus ha vinto il bando recentemente).

Vi sono poi associazioni come Binarioo 95, Presieduta dal Dott. Alessandro Radicchi (già presidente dell’Osservatorio Nazionale Solidarietà nelle Stazioni Ferroviarie) operante con la cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, che rivolgono la propria attività a quanti finiscono in strada e che col centro diurno e notturno sito presso la Stazione Termini di Roma, da ormai 20 anni offrono sostegno, ascolto, accoglienza, supporto psicologico e percorsi di riabilitazione di vita a quanti si trovano in condizioni di povertà, disagio ed emarginazione ed a donne in condizioni di fragilità.

In particolare questa Onlus ha organizzato e gestisce, congiuntamente fra volontari ed ospiti, diverse realtà quali L’Help Center (Sportello di orientamento Sociale), il NexTop MSC (Magazzino Sociale Cittadino), l’HCM (Help Center Mobile) e Villaggio 95 (punto polifunzionale per accoglienza e condivisione realizzato nel quartiere romano di Casal Bertone proprio dagli stessi ospiti dell’Associazione).
Tra i vari progetti della Onlus è importante evidenziare “”Shaker, Pensieri senza dimora””, un giornale di strada di Roma, nato nel laboratorio di scrittura creativa del centro, con cui si dà voce ai senzatetto di Roma ed agli operatori e volontari impegnati nei servizi.

Senza contare l’impegno fondamentale di altre importanti realtà come Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Libera, Progetto Arca.

Quest’ultima, con l’insorgere dell’epidemia e considerando la maggior vulnerabilità dei senzatetto, aveva cominciato a distribuire ai senza tetto dei kit contenenti mascherine in tnt, guanti, detergenti e disinfettanti. Ma quando è diventato impossibile reperirne se non a prezzi esagerati, hanno dovuto avviare una raccolta fondi apposita per non interrompere la campagna in atto. 

Quali provvedimenti siano possibili in questa situazione per proteggere i più fragili e provvedere alle loro esigenze vitali? 

Alcune Onlus come Binario 95 e Avvocati di Strada hanno suggerito la disposizione di alloggi per i senzatetto con progetti di Housing riutilizzabile anche in seguito e di condomini sociali. 

Progetti fattibili e realizzabili da parte delle amministrazioni locali ma che ancora non hanno trovato alcun accoglimento.

Malgrado la nostra Costituzione sancisca come inalienabili i diritti della persona a salute e cura, pari opportunità, dimora, lavoro e dignità, il nostro Bel Paese continua a fingere di non vedere chi invisibile non è, lasciandolo indietro a cavarsela da solo. 

Però, data l’attuale difficilissima situazione per tutti, visti i continui e giustissimi appelli alla solidarietà, non sarebbe finalmente ora di pensare prima agli ultimi?


(2 

(Tania Castelli – Sardine Creative)


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